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Il silenzio parla. Il silenzio è una lingua. Il silenzio è quando le parole non bastano, e nemmeno una canzone.

Il silenzio non è un vuoto cerebrale, non è un vuoto. E’ ciò che riempie gli spazi fra le nostre idee formulate e campionate. Il silenzio quando lo si rompe, non funziona più come si deve.

Il silenzio è quella massa uniforme che riempie il tempo e lo spazio. Nel silenzio ci si può immergere, nuotare.

Il silenzio trascende tutto. Trascende le parole, trascende le idee, trascende la nostra percezione. Il silenzio guarda oltre.

Il silenzio è saper ascoltare. Il silenzio è quando le nostre idee hanno esaurito la loro funzione.

E chi lo sa, l’illusione di saper parlare troppe volte ci illude anche di saper pensare. Parole, e altre parole ancora riempiono il nostro cervello. Perchè noi pensiamo a parole, con regole e numeri. Noi siamo logici, come la grammatica. E quando ragioniamo tra noi e noi siamo convinti di stare lì ad ascoltare, ascoltare noi stessi mentre parliamo… ma ascoltare e parlare sono cose che possono avvenire solo separatamente. E noi parliamo, parliamo, parliamo. Parliamo.

E con le nostre parole costruiamo un mondo di idee, fatto di fili logici. E le nostre idee, come marionette, pendono. Controllate dalle nostre parole. Un mondo molto ben definito, di sicuro. Perchè senza definizioni le idee non si sviluppano, non si muovono. E se tristemente la nostra vita gira attorno ad esse, beh, la nostra esistenza è appesa a un filo, un filo logico, un mucchio di parole.

E quando ci mancano le parole ci sentiamo quasi spersi. E quando mancano le idee pare quasi che sia franata la terra da sotto i nostri piedi. E mi sembra quasi che il nostro mondo inizi con la A e finisca con la Z. Pare che oltre le parole non ci sia niente.

Eppure quando tutte le lettere a mia disposizione sono terminate, il silenzio m’ha parlato. Forte e chiaro. Cosa mi ha detto? Beh, non lo si può dire a parole. Il silenzio non lo si può mica tradurre. Così come le parole non possono essere tradotte in silenzio.

D’altra parte le parole sono fatte per dire, il silenzio per asoltare. E forse il problema sta nell’invertire le cose.

7 Risposte to “. . .”

  1. […] TheRaft Diario di un Capitano Senza Ciurma « . . . […]

  2. Come sempre illuminante amico mio… te lo commento io sto post.. perchè così vicino a quel che sto vivendo io in questo periodo…
    Già…spesso mi capita di aver la sensazione di annegare nel silenzio.. forse perchè non abituata a nuotare nelle acque di questo mare… spesso sappiamo come destreggiarci in fiumi di parole.. ma quando poi il fiume sfocia nel mare del silenzio… ci sentiam smarriti.. sovrastati quasi da tanta immensità… vediamo le onde infrangersi sulla riva del cuore volte a guarire con la loro acqua salata le ferite stanche inflitteci dal sole del nostro vaticinare senza posa.. dal nostro decidere e programmare…
    E un’altra cosa ci smarrisce… le acque del mare, così diverse da quelle del fiume.
    Abituati come siamo a dosare le nostre energie per muoverci nelle correnti “forti”, “decisionali” dei fiumi, giungiamo impreparati a immergerci in quell’acqua salata che ci trasporta in una situazione di galleggiante leggerezza.. dove tutto ciò che ci rimane da fare è lasciarci cullare… galleggiare nel silenzio e ascoltare lo sciacquio rasserenante delle sue acque

  3. […] Ma alla fine, che lo si voglia o meno, l’Amore ti piomba addosso come una mega-bacchettata. Prende tutte le tue idee, una ad una, e te le distrugge, spazza via, disintegra, te le gira, rigira, le shackera ben bene, le ammalloppa, le squaglia, ne fa polpettine, le miscela, le brucia, le fa in mille pezzi, le sperde al vento, ti mette a soqquadro la tua bella cameretta cerebrale, che era tanto pulita e ordinata. E ti lascia con una sensazione di devastazione, una sensazione, come dire… di silenzio. […]

  4. Il silenzio insegna, ammaestra. Quanto è bello il silenzio in questo mondo confusionario!

  5. Mi ha lasciato il link di questo post Noemi. La ringrazio, veramente.
    Perché leggere quello che tu hai scritto in questo post credo che mi servirà, per lo meno a riflettere, a pensare (in silenzio). Forse perché un pochino si ricollega ad uno stato che io sto vivendo. Una strana sensazione di incapacità a comunicare che spesso si tramuta in silenzio.
    Se non ti dispiace ti linko, non voglio rischiare di per perderti e mi farebbe piacere leggere quello che scrivi.
    Passa una domenica serena
    Melania

  6. Ovvio che non mi dispiace :)

    Beh, per estensione, tante volte la capacità di comunicare esiste all’interno di noi stessi, piuttosto che tra noi e gli altri. E il vero problema ovviamente è il primo dei due casi. Alle volte le nostre stesse idee sono delle barriere tra noi e noi, un muro tra ciò che davvero siamo e ciò che pensiamo, o che vorremmo essere. Troppe volte mi sono trovato a diffidare del mio *incompetente* silenzio, e sono stato vittima della mia stessa grande competenza. E scopro che il silenzio è ciò che mi collega di più alla mia vera essenza, e le parole restano solo lì ad importare nuovo materiale dal mondo esterno, e tante volte a inquinarmi. Credo che il silenzio sia la stanza asettica dove risiede la nostra vera personalità, e le parole ciò che ci collega al mondo di fuori. E ‘ molto difficile trovare equilibrio tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere, ovvero, dare a vedere. E forse il problema sta proprio lì…

  7. :) concordo, quasi pienamente. Aggiungerei con un pò di crudele razionalismo che anche tu obietti la comunicazione verbale con delle altre parole… e io pure: da qualche mese a questa parte la questione mi tribola non poco. Considererei l’ipotesi che si possa fare a meno delle parole solo a smentita definitiva della loro utilità, giacchè per quanto in partenza vuote, queste (credo sia comunemente riconosciuto che) portano con se molto più del messaggio che si intende veicolare nell’usarle, ad esempio credo trasportino quelle che chiamiamo razionalmente emozioni, quell’universo di noi stessi impenetrabile alla ragione perchè non gli appartiene.

    Mi piace pensare che esista un universo parallelo nel quale gli uomini parlano perquotendo in giro tutto il possibile. Ma purtroppo è difficile scappare da questo cappello che ci accoglie tutti: razionalmente ragioniamo con la matematica delle parole, e queste abbiamo per razionalizzare.

    Ma per comunicare, ricercare, “capire” (uso sempre con cautela questo termine che perlappunto non ho ancora compreso) ci sono tanti altri strumenti. Io per esempio suono…

    Ma tornando sulle parole, non le svaluterei poi tanto, perchè non è colpa loro se colonizzano simbolicamente le culture degli individui, se ci rendono agli occhi dei più quello che pensiamo (e non quello che siamo), perchè tutto ciò non può essere inteso come ostile: è funzionale. Basterebbe solo capire quali strumenti usare, magari facendo meno affidamento sul quello della razionalità.
    Ad esempio penso (aimeh, anche io sto usando le parole per controllare altre parole) che chi creda che esista la verità, o che pensi che qualcosa che sta pensando sia “vero” a prescindere del contesto e da una relazione specifica stia facendo un uso improprio della ragione, cercando di comunicare molto più di quello che è concesso da quel veicolo.

    Essere più fisici, produrre suoni non verbali, o anche usare le parole per riferirsi a dei simboli (come credo faccia la poesia) credo siano in molte situazioni molto più produttivi.

    Di cose da dire ce ne sarebbero tante, ma temo poco coerenti.

    Comunque è un argomento stimolante, e ti ringrazio per avermi rassicurato di non essere il solo a non considerare quello che c’è come l’ultimo stadio delle aspirazioni personali :)

    Umanamente, Toso Malemodo.

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