Archive for the meditando Category

Love is different

Posted in laif, meditando on 11 novembre, 2007 by finferflu

Una canzone azzeccatissima di Derek Webb, intitolata Love is different:

Well, it looks like five thousand miles broke the camel’s back
But it’s not as though i had a plan to win you back
Because i don’t know what i want
But at least i know that much
Now I’m afraid love came right up
And it slapped me in the face, but i did not know

‘Cause love is different than you’d think
It’s never in a song or on a TV screen
And love is harder than a word
Said at the right time and everything’s alright
Love is different than you think

So I won’t expect a postcard from Trafalgar Square
But I’d be lying if i said I didn’t care
Because you can’t just turn it off
And put a blindfold on your heart
But i’m off to a good start
A continent away, but i do not know

But maybe you’re the dream i’m waking from
‘Cause I see you everywhere I go
Darlin’ you are such a mystery to me, you know

 

Voglio tralasciare gli ovvi paralleli con la mia vita stavolta, e voglio concentrarmi sul coro.

Beh, io ero uno di quelli che pur detestando detti, proverbi e perle di saggezza, ha sempre amato definire le cose, definire cosa sono e cosa non sono. E così ho fatto anche con l’amore, che ho sempre definito come un qualcosa al di là di una relazione di coppia, un qualcosa di superiore. Una definizione negativa ma pur sempre una definizione.

Chi lo sa, l’avrò fatto di istinto. Circondato da frasi e frasette *molto profondissime* sull’essenza dell’amore – l’amore è una stella che brilla e che è accesa e che splende nel buio più buio che bello – alla fine ne sono rimasto un po disgustato, allora mi sono dedicato alla ricerca del cosa non è l’amore.

Cosa non è? L’amore non si definisce. L’amore non è una frasetta fatta. Non è, non è, non è. Non definendolo, alla fine mi sono ritrovato a definirlo. Se non ritagli la forma, ne ritagli il contorno, e alla fine ti ritrovi sempre con la stessa sostanza in mano.

E alla fine mi sono ritrovato anch’io a parlare per via di inutilissimi eufemismi, e quasi mi sono ritrovato ad esserne controllato io stesso. Molto poco quasi, diciamo un bel po’. Volevo contenere i miei sentimenti in un manualetto di istruzioni. Un manualetto di istruzioni a cui voglio dare un nome, perchè il nome ce l’ha, scritto a caratteri cubitali sulla copertina (a caretteri dorati, la classe non è acqua sah): “Sogni nel cassetto”.

Eh, si. Pare un sentimento tanto bello e tanto ideale che te lo sogni pure la notte. Te lo immagini, come si esprimerà in modo concreto, cosa diventerà, e come dovrà essere.
E poi così affascinato dalle mie definizioni, mi sono creato una bella statuetta mentale di questo Amore. Bello eh, guardare alla statuetta e non pensare più al fatto concreto. Pare quasi una forma di idolatria: ti concentri sulla tua rappresentazione del Creatore e non sul Creatore stesso. Chi lo sa, una volta creata la statuetta, mi sarà parsa così bellina da aver avuto paura di doverla ancora ritoccare…

Forse però non avevo notato una piccola leggera deformazione nelle sue gambe… corte, troppo corte.

Beh, dopo un po’ però, in un modo o nell’altro ci ho fatto caso. E mi sono reso conto non solo delle gambe corte, ma anche del fatto che ero lì a contemplare un’immagine creata da me (e con le gambe corte!!!), come se invece fosse qualcosa sceso dal cielo…

Morale della favola?
L’amore è diverso da ciò che penso, da ciò che si pensa, da ogni definizione. Una cosa accomuna tutte le definizioni (positive e negative) dell’amore: sono tutte sbagliate. Sbagliate perchè l’amore lo si vive, mica lo si pensa. Nè lo si calcola, nè lo si contempla.

E forse l’unica definizione che riesco ad accettare in questo momento è questa: l’amore è diverso.
Pensa a cos’è l’amore, pensalo bene: beh, non è quello.

Let it rain

Posted in laif, meditando on 9 novembre, 2007 by finferflu

Come prima cosa voglio cominciare col creare l’atmosfera che ci vuole, e qui quello che ci vuole è Here Comes the Rain di Matti Paalanen.

Arriva la pioggia, e forse è già arrivata da un bel pezzo. Anzi, niente forse. E se prima la guardavo con sospetto e diffidenza, forse ora la musica cambia un po’. E se non cambia la musica, sarà forse cambiato il mio udito. Tutto questo continuo scrosciare d’acqua, fulmini e tuoni, prima mi faceva abbastanza paura. Ora invece comincio a sentirne il ritmo. Ne sento la musica, la musica della pioggia.

Beh, prima pensavo di potermene riparare, pensavo di mettermi lì ad un cantuccio, ad aspettare che spiovesse. Pensavo di affrontare la mia paura allo stesso modo di quando si trattiene il fiato: resisti ancora un po’ che passa. Ma il fiato non lo si può trattenere per sempre, e io sotto a quel portico ad aspettare ci ho quasi fatto le ragnatele. E poi non si può passare la vita sotto a un portico, allora uno prova ad andare di portico in portico, di riparo in riparo. E mica si può dipendere dalla pioggia, lo spettacolo deve continuare, la vita va avanti. E alla fine, comunque ti devi bagnare lo stesso. E per quanto si possa essere fradici ormai, uno comunque cerca un riparo, ci fosse quel millimetro quadro ancora asciutto, meglio non farlo bagnare…

L’istinto di preservazione ci fa fare cose davvero stupide certe volte. Sempre che tutto questo sia dettato dall’istinto. Alle volte pare tutto dettato dalla nostra razionale intelligenza. Eh, razionale, sì. Non mi devo bagnare, ovvero, anche se mi bagno un po’, devo restare asciutto il più possibile, a costo di difendere coi denti quell’ultimo millimetro asciutto che m’è rimasto! E poi ogni goccia che ti cade addosso sembra un sacrilegio, quasi un affronto alla tua decisione razionale. Oltraggio! Una sconfitta graduale, che distrugge il nostro piano, goccia a goccia.

Sarà che sono stato così attento a non bagnarmi, che mi sono concentrato su quel mignolo ancora asciutto, di non essermi accorto di essere totalmente fradicio, fino alle ossa. Sono stato attento alle gocce, ma non alla pioggia. Che svista…

Ma sono ancora in tempo per rifarmi, prima di raggiungere il prossimo portico. Mi fermo. E che continui pure a piovere, ormai sono bagnato e se devo esserlo, voglio esserlo fino in fondo.

E voglio godermela tutta stavolta, una bella sciacquata, e così forse smetterò di temerla questa pioggia. Ogni cosa ha il suo ritmo, bisogna solo imparare a sentirlo.
Che piova, che piova come si deve.

Stop – Rewind

Posted in laif, meditando on 3 novembre, 2007 by finferflu

Eh sì, ogni tanto una stoppata e una rewindata ci vuole (eh, come si dice rewind in italiano? e poi mi piace di più così).
Ma stavolta non è una stoppata così, per farsi due conticini in tasca, stavolta mi sono dovuto fermare di brutto, per poco non inchiodavo…

Alle volte si è così accecati dalle proprie paure che non ci si rende conto di aver paura. Si fugge direttamente. “Chi sta fuggendo oh? Io no”, diciamo mentre ce la diamo a gambe levate. Meno male che poi alle volte siamo così intelligenti da correre senza andare da nessuna parte, così magari a un certo punto ci rendiamo conto di stare lì a girare in tondo. Tipo me.

Ma questo Rewind particolare è tutto dedicato a una storia particolare. L’unica che uno come me è riuscito persino a diffondere attraverso un blog. Eh, la follia ti porta a fare imprese, come dire, folli. E allora sono tornato un attimo a fare un epilogo, almeno per equità, ma anche perchè scrivere mi aiuta a riflettere e al momento ne ho *molto* bisogno.

Cosa dire? Tutto questo mi ricorda molto le mitiche esperienze del profeta Giona. Lui, che avendo ricevuto ordini imperativi dalla divinità, per una sua ostinazione personale, ha preferito il suicidio, praticamente. Ma mica per niente eh, non ha voluto sentir ragioni, un po’ come me. Quando poi si è trovato praticamente morto, allora, a malincuore ha scelto di ubbidire. Non è che ci abbia capito molto, ma comunque ha fatto il suo dovere, sempre un po’ come me.

Ma parliamo di me. Anche io mi sono sentito chiamato, come Giona, da una Forza Superiore. Chiamato dai miei sentimenti, anzi diciamo dal Sentimento (uno e universale). Sono stato chiamato a fare qualche passo di troppo, ecco, qualche passo che mi stava un po’ scomodo. E quindi, da bravo testaditravertino, ho scelto di non farlo. E più sentivo forte in me l’impulso, il comando, di fare questi passi, il rigetto mi portava sempre di più a fare l’opposto. Un po’ come Giona: Dio gli diceva di alzarsi e andare a Ninive, e lui si alzava e andava a Tarshish, nella direzione simmetricamente opposta. Tanto che alla fine, sono scappato a gambe levate alla prima occasione. Sono scappato, mi sono imbarcato sulla mia nave verso la Libertà, anzi, libertà, anzi mi sa che era solo . A che serve dire che sono naufragato? E giù giù giù, in fondo al mare, non c’è stato appiglio che mi potesse tenere a galla. Sono stato giù, inghiottito dal grande pesce a forma di Ades. E non c’è stato modo di liberarmene. Oh, le ho provate tutte, fino a cercare di rassegnarmi a convivere con gli organi intestinali di quella mia *accogliente* dimora. Ma niente, a un certo punto ti manca il fiato, non se ne può più, finiscono anche le forze per rassegnarsi. Rassegnarsi alla propria caparbieria.
E allora, come Giona, ho potuto fare l’unica cosa necessaria, ubbidire. Ho dovuto, a mio malgrado, e a malincuore, andare a Ninive. E la mia Ninive è stata ritornare a contattarla. Sono andato, senza forze e senza speranze, distrutto, e ho fatto il mio dovere, mio malgrado. E come Giona, dopo aver fatto il mio dovere, mi sono appostato, nel mio grigiore, ad un lato, per vedere cosa sarebbe successo. Ma quando il “danno” è fatto, è difficile districarsene, e stavolta mi sono trovato alla mercè del mio Sentimento. E me l’ha cantata di brutto. Mi sono trovato a lottare con la mia stessa caparbietà, e mi sono trovato sotto lo stesso scrutinio con il quale avevo analizzato la situazione in precedenza. Mi sono trovato anch’io, come lei, ad essere una persona da nulla. Perchè se lo è stata lei, io non mi sono comportato molto diversamente. Lei è fuggita da me, e io invece? Sono fuggito a gambe levate, credendo pure di essere stato coraggioso e impavido.
E mi sono reso conto di non essere in grado di vedere oltre il mio naso. Credevo di aver capito tante cose, ma mi rendo conto di aver capito *ben* poco, mi rendo conto di come le mie *sagge* parole siano state piuttosto uno starnazzare.
E chi lo sa, in tutta questa storia, forse Giona poi ci ha capito qualcosa, che il vero bene non è quello di seguire le proprie idee, ma piuttosto di seguire il Sentimento, che è il motore e il carburante della vita, se non la Vita stessa. E io invece cosa ci avrò capito in più? Forse che di questo Sentimento è stupido diffidare, perchè tutto il resto è solo paura.

Domande per un umile

Posted in jamendo, laif, meditando on 23 ottobre, 2007 by finferflu

Eugènie - Ciò che vorrei
Eugènie – Ciò che vorrei

Ho trovato una canzone su Jamendo che mi ha colpito particolarmente, e riesco ad avvicinarla molto alla mia vita in questo momento. Il gruppo si chiama Eugènie, la canzone Domande per un umile, dall’album Ciò che vorrei:

Per un’esistenza che si spegne in un attimo, per una vita che si accende con solletico
e sei convinto che non ho la forza necessaria per rifiutare ancora la tua violenza innata
…e corre il vento, corre il senso, corre il vuoto che mi opprime…un insaziabile fermento
Contestare le spine che mi aprono la pelle, questi fiori secchi appesi ad un chiodo per ricordo
questi libri impolverati che nascondono gli animi, e non mi va di rivederti al mio cospetto
…e corre il vento, corre il senso, corre il vuoto che mi opprime…un insaziabile fermento
…e passo il tempo a cercare le domande in fondo al cuore,
e passo il tempo a diventare un po’ più umile e reale…

Alle volte ci si sente freddi ed insensibili. Alle volte non ce lo sappiamo spiegare. Alle volte la sofferenza prolungata crea dei solchi nella nostra vita. Profondi, molto profondi, che quasi vengono le vertigini a guardarli. Possibile che una cosa simile sia successa proprio a me? Quasi ci si sente estranei a sé stessi, non ci riconosciamo più. L’incantesimo del buon vecchio me si rompe, bisogna ritrovarsi, ricominciare da zero di nuovo, ritrovarsi aridi, forse, e magari meno appariscenti di come immaginavamo. Bisogna ancora una volta passare tempo a ricostruirci, a riconsiderare ciò che è sostanza e ciò che era solo artificiale apparenza, agglomerati di paura. Passare il tempo a diventare un po’ più umili e reali

Patrimonio sconosciuto

Posted in meditando on 1 ottobre, 2007 by finferflu

Io mi vesto solo per coprirmi,

mangio solo per saziarmi,

mi muovo solo per spostarmi,

parlo solo per dire qualcosa,

rido solo divertito,

leggo solo se interessato.

E’ un lusso di pochi,

un patrimonio sconosciuto.

Lo Status Quo, la nostra Torre di Babele

Posted in meditando on 5 settembre, 2007 by finferflu

Un perno saldo è ciò che ci vuole, sa tenere in piedi grandi cose. Magari non grattaceli eh, ma giusto il necessario, magari non proprio necessario necessario, ma forse quello che basta, non esattamente proprio quello che basta vah, ma diciamo il minimo indispensabile, più o meno, vabè un perno, tenga quel che tenga, l’importante è che tenga.

E’ anche bello a guardarsi, fermo, immobile, sicuro. E’ così bello avere un perno saldo che tante volte ne facciamo quasi la nostra mascotte. Tutto bello decorato, addobbato. E stiamo sempre lì, ogni 5 minuti a controllare che sia sempre ben fisso al suolo. Chi lo sa, si potrebbe allentare col passare del tempo. Questo perno ci preoccupa così tanto, che alla fine diventa il nostro chiodo fisso in testa. Ma non metaforicamente. Lo prendiamo letteralmente da terra e ce lo piantiamo in testa. Sì sì, diventiamo dei bellissimi appendiabiti umani.

E tali siamo. Il nostro impegno, la nostra fatica, la nostra preoccupazione di mantenere sempre e comunque lo status quo, in questo ci trasforma. Degli oggetti semiutili, missionari di una causa da nulla. E tutto perchè? Per la nostra paura più grande, la paura di ciò che ancora non è o potrebbe essere. Il dubbio devasta. E allora ci rifugiamo in una falsa staticità. Una staticità che ci porta ad accrescere la nostra dimora, il nostro stato attuale, a piazzarlo ben bene per far sì che questo duri per sempre. E il bello è che in tutte le nostre fatiche, noi in effetti crediamo di non aver fatto un solo passo. Abbiamo fatto chilometri e chilometri girando in tondo invece. E per cosa poi? Per costruire la nostra Torre di Babele personalizzata. Abbiamo pensato con il nostro statico indaffararci di poter raggiungere l’eterno, di poter resistere al Tempo. Abbiamo cercato l’immortalità nel più vile dei nostri progetti. Nella nostra illusione abbiamo creduto che la realtà si potesse affrontare in verticale, ci siamo costruiti un podio, un unico traguardo, per sempre. Abbiamo costruito una Torre destinata a portarci in confusione, perchè il Tempo non perdona, la Torre resterà sempre e per sempre incompleta. Avremo speso la nostra vita iniziando un progetto destinato a non finire, credendo davvero di poter raggiungere la dimora eterna mettendo mattone su mattone. Abbiamo iniziato a costruire freneticamente, quasi d’impulso, senza nemmeno fermarci un secondo a chiederci: che senso ha tutto questo? No, l’impeto, il nostro innato istinto di cercare ferme sicurezze ci ha portato a compiere un’inumana opera. Inumana, sì. Ci siamo ridotti ad essere gli strumenti di noi stessi, siamo diventati dei picconi, delle pale, dei martelli, abbiamo perso ogni forma di ragione. E costruiamo il monumento alla nostra gloria, la nostra unica conquista nella vita. Una pila di mattoni destinata anch’essa, e per l’ennesima volta, a fare la fine di un muro diroccato. E in questo frenetico indaffararci possiamo solo sperare che Dio dal Cielo scenda giù e ci disperda, prima che sia il tempo stesso a disperderci per sempre, senza più altra possibilità.

Sì, senza più scopo e senza più dimora, scopriremo la vita. Scopriremo che vivere è lo scopo, e che la vita è la nostra dimora.

La fabbrica delle persone

Posted in gli aforismi del mmanu, meditando on 15 agosto, 2007 by finferflu

E con questo post inauguro una nuova categoria, ebbenesì, gli aforismi del mmanu, cioè di me :P

Ogni tanto me ne viene qualcuno, allora perchè non collezionarli? E partiamo col primo:

Il genere umano, in linea di massima, può essere suddiviso in tre categorie: gli uomini, le donne, e le persone.

Suona professionale eh? E cosa vorrei insinuare con tutto ciò? Taaante cose.

Magari non potrà sembrare esaustivo, escludendo tutte le categorie ibride e generalizzando a tappeto, ma quello che mi interessa è il concetto che sto esprimendo. Ma di che diamine sto parlando?

Come ho già espresso nei miei deliri precedenti, alle persone la maggior parte delle volte piace ricoprire un ruolo nella società. Un ruolo forse per sentirsi più protetti, chi sa, più sicuri di sé e magari per sentirsi qualcosa o qualcuno nella società. E’ forse un modo per trovare un’identità e per riscontrarsi con gli altri. Un modo per sentirsi normali, a posto col mondo e quindi anche con se stessi. E’ quasi una dipendenza sociale. Io per poter essere ho bisogno di qualcuno o qualcosa che mi faccia esistere. Altrimenti sembra che la nostra identità sia minacciata dall’essere indefinita.

E allora, come dei fantastici supereroi, apriamo il nostro fantastico guardaroba, ogni giorno, e tiriamo fuori la nostra fantastica tuta, da fantastico, ovviamente, supereoe, pronti per una nuova giornata. La tuta ci rende riconoscibili: voi sapreste riconoscere Superman, o che so, Spiderman, nudi? Penso di no, anche perchè la loro vera identità è nascosta… E anche l’identità dei veri supereroi, cioè noi (vabbè io sono un puntualizzatore) in effetti lo è… più o meno… Tutte queste questioni di identità con cui siamo bombardati giorno e notte, consciamente e inconsciamente, non fanno altro che farci cercare un qualcosa che non troveremo mai. E’ come cercare di afferrare e immobilizzare la propria immagine nello specchio. La vediamo, sappiamo cos’è, ma non possiamo afferrarla, perchè si muove insieme a noi, intangibile, eppure evidente. Vi siete mai visti in uno specchio a occhi chiusi? Io non ci sono mai riuscito (sì, c’ho provato, ok?). Non si può. La nostra identità si muove, vive, fermenta assieme alla nostra persona, passo dopo passo, istante dopo istante. E’ del tutto inutile campionarla e poi etichettarla come “io”. E’ come prendere una foto e aspettare che si muova… E allora, sapendo tutto ciò, o non sapendolo, la gente deve trovare una risposta a questa domanda a tranello: chi sei? E non potendo trovare se stessi, pensano, da bravi artisti, di scolpire un’immagine di sé stessi per poterla così guardare, ammirare, studiare, modificare, aggiustare per poi cercare di assumerne il sembiante. E più ci avviciniamo a ciò che vogliamo essere o sembrare, più ci sentiamo gratificati. Diventiamo i supereroi di noi stessi.

Ma allora, con tutto questo mega discorso metaforicoiperbolico, dov’è che voglio andare a parare? Eh, dico che tutto ciò si rispecchia in quella che poi viene chiamata normalità. La gente normale è quella che si adegua al ruolo che ha deciso di beccarsi. Io sono maschio, quindi, da bravo maschio, mi vesto così, mi muovo così, non mi faccio trattare così, e così via. Ovviamente si parte dalle forme basiche, uomo e donna, fino ad arrivare a che tipo di uomo o di donna si vuole somigliare. L’uomo macho, la donna bambolina, l’uomo alla renegade, la donna d’affari, e così via, fino ad arrivare alle forme più complesse e ibride.

E poi ci sono le persone.

Quegli individui che in un modo o nell’altro hanno abbandonato il mestiere del supereroe, e si sono arresi alla loro identità, o non-identità, e pensano più che altro a vivere la vita, piuttosto che costruirla artificialmente. Persone a cui interessa essere se stesse, senza volerne conoscere i meccanismi e le implicazioni. Al di fuori degli schemi, al di fuori della normalità, al di fuori degli standard. Come pezzi mal costruiti, inadatti alla fabbrica che è questa società di gente normale.

Ode ai decolli mai, male, e quasi riusciti

Posted in jamendo, laif, meditando on 10 agosto, 2007 by finferflu

Ieri ho scoperto su Jamendo un album alquanto interessante di un gruppo chiamato Liquid Frame, intitolato Relics – the first tapes. Un mix di musica elettronica, new age, trip hop, jazzante. Davvero rilassante da ascoltare, e con qualche twist che rende tutto abbastanza originale. Ma di tutti i brani uno mi ha colpito particolarmente. Musica e parole sono sincronizzate perfettamente. Si intitola Ascensionali.

Liquid Frame - Relics

Liquid Frame // Relics – the first tapes

Ovviamente il tema è uno dei miei preferiti: il volo e il mare.

Ad essere sincero confesso che ci leggo tanto di mio, e forse ci leggo anche un po’ troppo, chi lo sa. Ma il brano è Creative Commons Sampling, quindi lo posso trasformare come mi piace di più :P

In genere non descrivo mai ciò che intendo quando parlo per metafore, perchè assumo e spero che chi mi legge e mi capisce sa cosa intendo, e che chi sa cosa intendo mi legge e mi capisce… Comunque in questa canzone posso trovare dei riscontri poetici di quello che descrivo metaforicamente.

Questa canzone la dedico a tutti coloro che hanno provato a spiccare il volo assieme a me, ma hanno inchiodato al momento del decollo, lasciandomi, quasi all’insaputa, volare da solo.

Non sarò io ad atterrare, siete voi a dover raggiungere me. Io laggiù non ci torno.

 

Non cercarmi non vivo più qui

Vivo lontano adesso da te

In un gabbiano ho visto il mio re

 

Sto esplorando il mio mondo quaggiù

E vedo cose che non vorrei

E sento cose che sentirei lassù

 

 

Giro il mondo su correnti ascensionali

Tutto dipende dalla temperatura

Il vuoto d’aria è ciò di cui ho più paura

Sfido il vuoto con la fretta nelle ali

Sospeso vado incontro alla vita

Ancora prima che la mia sia finita

 

 

Non cercarmi non vivo più qui

Vivo lontano adesso da te

In un gabbiano ho visto il mio re

 

Sono dove sono

E così seguirò la scia del vento

E presto sento che ti rincontrerò

 

 

Tempo tempo tempo

Tempo che non sento passare

Tempo tempo tempo

Tempo che non sembra arrivare

Intorno a me tutto sembra

Fermo fermo fermo

Fermo come il sonno del mare

 

Solo chi ha provato l’ebrezza di volare sa cosa significhi davvero. Per gli altri resterà solo una follia, o un tentativo fallito da riporre, forse per sempre, nel dimenticatoio, per non riprovarci, forse, mai più.

Volare è quasi come un istinto, un legame verso il vento, irrinunciabile e inalienabile. Non c’è altro legame che tenga.

Is there anyone awake here?

Posted in jamendo, meditando on 6 agosto, 2007 by finferflu

Oggi ho voluto prestare un po’ più di attenzione alle parole di una canzone con una melodia abbastanza orecchiabile, creata dal gruppo musicale virtuale tryad, dall’album Listen, intitolata Alone. Le parole possono sembrare apparentemente superficiali, ma per quanto mi riguarda, mi comunicano qualcosa di molto profondo.

Listen

Ecco il testo:

Is there anyone awake here
Is there anyone who shares
Is there anyone alive here
Is there anyone who cares

Home lights
Flicker
Over oceans
Of land
Will one
Human
Hold my hand

 

Is there anyone aware here
Is there anyone who feels
Is there anyone alone here
Is there anyone who’s real

 

Come si capisce dal titolo si parla di solitudine. Ma che tipo di solitudine? Si parla di gente che dorme, di atmosfere calme e piacevoli, il calore di casa. Si parla della ricerca di conforto, di riscontro, una ricerca di forme di vita: will one human hold my hand? Si parla di gente che dorme, gente inconscia, come morta, senza la capacità di provare sensazioni. Si parla di gente falsa. E di nuovo mi trovo a parlare di falsità, che pare essere un argomento ricorrente nei miei discorsi.

 

Di che solitudine si parla allora? La solitudine di chi è sveglio, come un viaggiatore che di notte entra in un villaggio e vede le ultime luci spegnersi, ed è solo per strada, home lights flicker over oceans of land. C’è nessuno da queste parti? Nessuno sveglio? Is there anyone awake here?

 

La solitudine di chi si trova ad essere emarginato da questa società, per scelta di vita. La solitudine di chi non può e non vuole dormire. La solitudine di chi è in cerca di persone reali, ma trova solo fantocci di plastica, senza vita, senza sentimenti, senza capacità di relazione. La solitudine di chi è reale e si rende conto che il 90% del mondo è composto di materiali artificiali.

 

La solitudine di chi si sveglia all’improvviso, si guarda attorno, e scopre solo una terra desolata, oceans of land, di gente che dorme, e chiama, grida, cerca qualcuno che possa rispondere, cerca compagnia, forse inutilmente…

 

Questa canzone è il grido di chi ha aperto gli occhi alla vita, il grido di chi cerca i propri simili, ma non li trova. Un canzone estremamente comunicativa, parole semplici, che come un vortice sono in grado di trascinarti verso significati più profondi, trasportarti in un’altra dimensione di significati e di stato di coscienza.

 

I miei più profondi complimenti ai tryad per l’ottimo lavoro, una cosa da pochi, davvero.

Mi guardo indietro, ma senza nostalgia

Posted in laif, meditando on 3 agosto, 2007 by finferflu

Tra i mille messaggi criptici cinici e quasi pessimistici, in genere parlare di me stesso è una cosa molto diluita. Oggi voglio fare uno strappo alla regola… che regola poi?

In genere odio dilungarmi nel parlare di me stesso, soprattutto in un blog, cosa che mi ha fatto detestare i blog sin dalla loro nascita. Ma chissenefrega insomma delle turbe mentali di uno sfigato che si sfoga su un inutilissmo blog? Perlomeno me ne frego io, e sta cosa mi tornerà utile leggerla più in la, dato che in formato cartaceo andrebbe sempre e comunque immancabilmente perduta :P

Oggi è stata una giornata particolare, una brezza freschissima, inaspettata. Erano mesi su mesi che accatastavano su me tristezza e rabbia, rabbia rabbia rabbia, e una malinconia infinita. Chi poteva aspettarsi che tutto potesse dileguarsi in un semplice sogno?

Partiamo con ordine. Mesi fa incontro una persona su una web community, una persona di cui non ho intenzione di fare il nome, meglio lasciarlo nelle mani dell’oblio. Man mano mi rendo conto che questa è la mia fotocopia identica spiccicata, una cosa quasi impossibile da credere. Ovviamente ho subito sentito per lei un legame infinito, radicato nelle ossa. Un legame forse non condiviso. Le dico cosa provo per lei, le parlo di questo legame, lei dice ok, ma comunque è in ricerca di un fantastico immancabile fidanzato. Ce l’hanno tutti, perchè dovrebbe farne a meno proprio lei? Ovviamente io non sarò mai il fidanzato di nessuno, dato che questo tipo di relazioni preconfezionate mi danno un disgusto immane. Io non mi ero proposto come potenziale fidanzato, bensì come amico, mettendo bene in chiaro cosa intendessi, cioè un non-fidanzato, ma più vicino a lei della sua stessa anima. Le proponevo un non-ruolo, ma solo fiducia, fiducia in me e nei miei sentimenti. Bah, follia.

Quindi mentre io ero lì che me la morivo appresso a lei, lei scorreva la lista dei suoi potenziali “morosi”. Li incontrava, li scartava, li ri-incontrava e così via. Per la serie: se tu sei *solo* un amico, dove quel *solo* implica che o ti becchi un ruolo o ti attacchi e tiri forte. Fidarsi di me? “Ma certo mmanu io mi fido di te, credo che dici quello che pensi.” Bella fiducia. Meglio di niente, sicuramente, ma non faccio l’elemosina, grazie.

Più si va avanti più per me diventa difficile e alla fine decido di chiudere i rapporti per non morire di tristezza e magari sperare in una vita migliore, che elemosinando fiducia da chi non ha la minima intenzione di darmene. Provo ma non riesco, il legame è troppo stretto. Di nuovo le spiego la storia del non-ruolo, lei mi dice che prova a non darmene uno (cioè quello dell’amico) e io ci spero pure, come un tordo. Infatti dopo settimane di comportamenti assurdi, vengo a scoprire, da solo, che lei nel frattempo continuava a vedersi con un suo potenziale fidanzato. Ma parliamo di questi bei comportamenti eroici. Mi trattava in modo freddo polare e ghiacciato, niente più squillini sul cellulare. Ok, uno dice: periodaccio. Ma poi comincia a non accedere più al nostro account personale, usando solo quello pubblico, e quando mi vede in linea manco mi saluta più. Ma bene. Le chiedo se succede qualcosa e mi dice che è in un periodo in cui sta cercando di ridimensionarmi. Continuiamo a discutere e lei mi rivela come “colpo basso!” che in realtà ha già trovato – per ora – il moroooosooo. Per la serie, grazie per avermi avvisato prima e avermi illuso come un povero idiota. E per la serie: ma chi diamine credi di essere per darmi questo “colpo basso!”?

A quel punto decido che davvero è ora di chiudere definitivamente. Posso tollerare le scelte personali, di fidarsi o meno di me, ma di essere anche preso per i fondelli in questo modo non esiste. In poche parole, mentre ridimensionava me, palpava l’altro. Quindi ridimensioniamo me ad esclusione. Io sono quello che il moroso non è. E siamo punto e da capo. Ma che senso ha? Gliel’ho chiesto e come tutta risposta mi ha pure riso in faccia. Mentre tentavo ancora di spiegare mi ha pure lasciato a metà perchè doveva cenare. Torna dalla cena, mi saluta, la saluto. Scelgo di cancellarla gradualmente, perchè stavolta scelgo di fare le cose per bene, senza ripensamenti. Dopo un paio di giorni, a sua insaputa, la elimino. Elimino anche l’orsacchiotto che mi aveva regalato e una lettera che mi aveva scritto. Deve sparire definitivamente, senza traccia. Il dolore era troppo forte.

Il nostro account personale era basato su Google Talk, quindi su Jabber, e i contatti non vengono eliminati sul server, ma sul client. Cambio sistema operativo, e dal nulla mi appare lei che tenta di contattarmi. Guarda guarda guarda chi si rivede sul nostro account personaleeeeeee!!! Non le rispondo nemmeno, e appena posso la cancello anche da questo client.

Vado sulla web community dove ci siamo conosciuti, e dopo qualche giorno finalmente esordisce in una lagna da far piangere le madonnine e i padri san pii. Lacrime di coccodrillo: “non importa quello che succederà, tu sarai per sempre mio amicooooo.” Grazie per avermi appioppato questo ruolo fino all’ultimo. Amico era l’ultima cosa che avrei voluto essere, perchè amico significa non-fidanzato. Fidanzato anche era l’ultima cosa che avrei voluto essere, dato che fidanzato significa non-amico. Io voglio essere me, senza ruoli, questo è un vero rapporto basato su vera fiducia. E vabè noi utopici mi sa che non ne azzecchiamo una nella vita…

Stavolta le rispondo e le dico che mi ha mancato di rispetto, ma come risposta che ho? “Non è così, non l’ho fatto apposta, mi dispiace che le cose siano andate in questo modo, mi manchi, bla bla bla.” Chiacchiere e pezze. Se davvero fosse stata conscia del suo comportamento falso e ipocrita si sarebbe vergognata solo a chiamarmi. Ma vabè, pare che quando mi si manca di rispetto in genere me ne accorgo solo io. Chissà, forse ancora si starà chiedendo cosa avrà fatto di tanto male…

Ricapitoliamo: a parte avermi illuso, si è anche presa gioco di me, coi suoi “colpi bassi!”, giri di parole e mezzi termini. Non esiste con me. Io sono sempre stato trasparente, tutto quello che dico lo penso e viceversa. Ma d’altra parte pare che lei poco fosse interessata alla mia trasparenza e onostà, piuttosto le interessava il mio ruolo. Mmanu tu sei l’amico. Orsacchiotto orsacchiotto orsacchiotto.

Prima di andare le ho detto che avrei trovato prima o poi una persona che mi meritasse. Ho centrato in pieno. Gente così non mi merita. Si merita davvero il fidanzatino geloso e possessivo, che rifletta gli standard stereotipici di tutti i fidanzati.

E vabè, avviamoci alla conclusione di questa soap opera :P

Sono stato malissimo per mesi. Isolato nella mia stanza, cercando un modo per stare meglio. Niente. Fino a ieri, mentre tornavo dalle vacanze qui in Inghilterra, sull’aereo meditavo, brindavo mentalmente alla mia buona fede, e alla cattiva fede altrui. Brindavo alla buona salute della falsità che è più ben accetta di chi è trasparente, brindavo alla mia ostinazione nel restare trasparente, nonostante tutto.

Arrivato a casa, vado a letto e sogno. E chi sogno? Come quasi tutte le notti sogno lei, ma stavolta in un altro sembiante, forse quello vero. La sogno come una ragazza da nulla, che parla solo per pompare di più la sua immagine narcisista, una ragazza fra le tante, come tutte le altre. Come quelle alle quali non degno nemmeno uno sguardo. E nel sogno era così, stavolta la sua presenza mi ha lasciato del tutto indifferente. Finalmente.

Ci ho messo mesi per capirlo, ma si sa, io sono tardo. Una che si comporta in questo modo cosa vuoi che sia? Una persona da nulla, nulla di nulla, davvero. Finalmente sono guarito dalla mia malinconia, speriamo duri, perchè ci sono sempre le ricadute. Posso vedere di essere almeno maturato un po’.

Ho capito tante cose nel tragitto, ho capito che la rabbia non può di certo spegnere l’amore. Forse nemmeno la più totale indifferenza che provo in questo momento. Ma la vita va avanti, e di certo non la passerò a cristallizzarmi su questa storia, per quanto profondamente possa avermi ferito. Sono sicuro che la mia determinazione mi porterà, prima o poi, a trovare gente che sia degna della mia compagnia, gente che preferisce la fiducia piuttosto che i ruoli. Gente viva.

Forse tutto questo discorso sarebbe stato rivolto a lei in prima persona, in una discussione civile, senza lagne e auto-giustificazioni. Ma nulla, non si è più fatta viva, allora parlo al muro, ma dovevo perlomeno tirar fuori questo groppone immenso. Ovviamente lei si aspettava che io le dicessi tutto per filo e per segno come ho fatto qui, ma non l’ho fatto, dato che sicuramente avrebbe rigirato la frittata di nuovo, come al suo solito, per fare la parte della vittima. Se fosse venuta da me con un’attitudine diversa l’avrei fatto, ma nada, non si è verificato. Lei sa che ho un blog, ma sono quasi certo che non lo vista, e mo ci mettiamo a leggere i vaneggiamenti di questo *amico* vaneggiante con idee strampalate (che perlopiù ha deciso di abbandonarmi di punto in bianco misteriosamente)??? Tsk.

La risposta migliore è quella di scrivere tutto in un luogo pubblico, dove l’unica cosa che ti impedisce di leggerlo è la tua presenza. Penso tutto fili.

Ma tanto, come ho detto, non ho rimpianti. Cos’ho da rimpiangere? Una relazione tristissima e a senso unico.

Gente viva! aspettatemi che arrivo.

Aggiornamento:

Dopo il commento di Kijio ho pensato di aggiungere qualche frase tratta da TwinPicks, tanto per dimostrare che in effetti non è che avessi a che vedere con chissacchì… una persona alla quale non degnare manco uno sguardo, in effetti…

Ma procediamo con la lista delle frasi che non mi suonano poi così nuove:

1. No, guarda, è un periodo che sono distratta da cose più grandi di me. Devo prendere delle decisioni che non so prendere, e così la mia percezione delle cose è confusa e incoerente…

8. Anyway (sic!), non so neanch’io dove sto andando a parare: ho un po’ perso il filo della mia vita.

13. Se non potremo più vederci perché per te è senza senso lo capirò, anche se mi dispiacerà moltissimo.

33. Io non posso pensare a te se non come a un buon amico o a un fratello…

36. (Con stupore) Ma no! Cosa hai capito? … o forse è colpa mia che ti ho illuso? … ti ho dato delle speranze in qualche modo?

Clamorosa:
77. Scusa, non capisco.

78. Mi dispiace tu abbia frainteso i miei segni d’ amicizia: se l’avessi immaginato non mi sarei mai sognata di darti dei segnali “sbagliati” (il tutto mentre lei abbraccia lui strettissimo e, col capo chino, fa sgorgare a comando una sincera lacrima di commozione).

149. …Perchè vedi, tu non sei come gli altri. Tu sei diverso, mi capisci, io con te posso parlare, confidarmi. Gli altri invece pensano sempre a una cosa sola.

Non penso di aggiungere commenti, dato che è tutto auto-esplicativo. Ma come finale voglio aggiungere la cosa più bella che è riuscita a dirmi:

Dopo esserci chiariti, dato che in quasi un anno ancora non aveva capito tutto quello che intendevo (vedi citazione n. 77), esordendo con un: “ma un amico non è la persona attorno alla quale gira la tua vita (cioè la mia definizione particolare di amico), quello è il moroooso“, io le dico:

“Mi dispiace davvero che sia finita così”

E lei:

“E come volevi che finisse?”

Gente, tutto ciò è fantastico e sensazionale, ve lo assicuro. Queste sono davvero emozioni da provare :P

Ma vabè, è andata, meglio che sia finita sta tortura, e meglio riderci su piuttosto :)

Ari-aggiornamento:
Beh, ho scritto un post di epilogo, mica è finita qua poi…