Vento che va, vento che viene, e vento che ritorna…

Posted in meditando on 4 dicembre, 2007 by finferflu

הבל הבלים אמר קהלת הבל הבלים הכל הבל

Vapore dei vapori, dice Qoheleth, vapore dei vapori, il tutto è vapore.

 

Il libro di Qoheleth mi ha sempre affacinato, la sua brillante riduttività, l’ottimo pessimismo. Qoheleth è quando uno si fa i conti in tasca e tira le somme. E le somme fanno zero.

Qualsiasi cosa avvenga, qualsiasi cosa facciamo, non c’è niente che possa in effetti portarci profitto, perchè alla fine tutto è vano. Si fatica, si lavora, ci si costruisce un’imagine di sè, per poi, alla fine, scomparire per sempre. Come un vapore.

E poi si costruiscono tanti schemi morali, tante prassi di buon comportamento, come se queste ci ponessero al di sopra dell’uomo ordinario, ma poi alla fine il giusto e l’ingiusto condividono lo stesso destino.

Si vive una vita piena di significati, significati creati da noi. Giusto e sbagliato, bello e brutto, buono e cattivo. E questi ci accompagneranno fin nella tomba. Che senso ha tutto questo?

 

הולך אל-דרום וסובב אל-צפון סובב סבב הולך הרוח
ועל-סביבתיו שב הרוח

Va verso sud, gira verso nord, gira e rigira e va il vento,
e sul suo circuito torna il vento.

 

Per quanto ci impegnamo a capire le cose, a spiegarle, le cose restano cose. E non possiamo controllarle. Fatica vana, un mondo pieno di significati, e allo stesso tempo completamente vuoto di significati. Tutto fumo e niente arrosto, vapore.

E se viviamo per guadagnare qualcosa dalla vita, beh, dobbiamo essere pronti a lasciare questo mondo a mani e tasche vuote. Niente soldi, niente status, nessun significato, nessuna parola. Il silenzio, finalmente.

 

E Qoheleth è un inno alla vita. Vivere per una buona volta, una volta per tutte, dato che non credo avremo altre possibilità.

. . .

Posted in laif, meditando on 4 dicembre, 2007 by finferflu

Il silenzio parla. Il silenzio è una lingua. Il silenzio è quando le parole non bastano, e nemmeno una canzone.

Il silenzio non è un vuoto cerebrale, non è un vuoto. E’ ciò che riempie gli spazi fra le nostre idee formulate e campionate. Il silenzio quando lo si rompe, non funziona più come si deve.

Il silenzio è quella massa uniforme che riempie il tempo e lo spazio. Nel silenzio ci si può immergere, nuotare.

Il silenzio trascende tutto. Trascende le parole, trascende le idee, trascende la nostra percezione. Il silenzio guarda oltre.

Il silenzio è saper ascoltare. Il silenzio è quando le nostre idee hanno esaurito la loro funzione.

E chi lo sa, l’illusione di saper parlare troppe volte ci illude anche di saper pensare. Parole, e altre parole ancora riempiono il nostro cervello. Perchè noi pensiamo a parole, con regole e numeri. Noi siamo logici, come la grammatica. E quando ragioniamo tra noi e noi siamo convinti di stare lì ad ascoltare, ascoltare noi stessi mentre parliamo… ma ascoltare e parlare sono cose che possono avvenire solo separatamente. E noi parliamo, parliamo, parliamo. Parliamo.

E con le nostre parole costruiamo un mondo di idee, fatto di fili logici. E le nostre idee, come marionette, pendono. Controllate dalle nostre parole. Un mondo molto ben definito, di sicuro. Perchè senza definizioni le idee non si sviluppano, non si muovono. E se tristemente la nostra vita gira attorno ad esse, beh, la nostra esistenza è appesa a un filo, un filo logico, un mucchio di parole.

E quando ci mancano le parole ci sentiamo quasi spersi. E quando mancano le idee pare quasi che sia franata la terra da sotto i nostri piedi. E mi sembra quasi che il nostro mondo inizi con la A e finisca con la Z. Pare che oltre le parole non ci sia niente.

Eppure quando tutte le lettere a mia disposizione sono terminate, il silenzio m’ha parlato. Forte e chiaro. Cosa mi ha detto? Beh, non lo si può dire a parole. Il silenzio non lo si può mica tradurre. Così come le parole non possono essere tradotte in silenzio.

D’altra parte le parole sono fatte per dire, il silenzio per asoltare. E forse il problema sta nell’invertire le cose.

Fuga dall’ordinario

Posted in laif, meditando on 20 novembre, 2007 by finferflu

L’ordinarietà non fa per me. E’ un qualcosa che mi tira giù di parecchio, fa parte dei miei più oscuri incubi.

Ma cos’è poi l’ordinarietà? E’ la routine di ogni giorno? E’ una routine?  Non penso. Per me è una direzione di vita, dove tutto diventa calcolato, previsto e piatto. Che è piatto ovviamente è solo un mio modo soggettivo di vedere la cosa, ci sono un sacco di persone a cui piace avere la vita preconfezionata. Oggi faccio la spesa e compro A, B e C, domani vado dal barbiere alle 15:35. Fra una settimana vado in vacanza e la spenderò in tal posto e farò F, G e pure H. Che pacchia la vita! Per molti questa è una vita da favola. Per me questa è morte, o decomposizione graduale…

Confesso che quando mi trovo di fronte a questo tipo di realtà mi vengono le vertigini, paura del vuoto. Vuoto totale, un vacuum che risucchia ogni significato dalla mia esistenza.

Cos’è la vita? Un insieme di azioni da compiere per raggiungere uno scopo, ovvero una Vita Felice™? E’ una formula matematica? E dopo la Vita Felice™ cosa ci resta? La morte, ovvero la fine della Vita Felice™. C’era, ora non c’è più. Siamo stati, ora non siamo più. Cosa siamo stati poi? Una variabile in un algoritmo?

Non lo so, tutta questa ordinarietà, questo aderire a delle regole e regolette sociali, o regoline che ci prefissiamo noi, come per raggiungere un qualche scopo non mi comunicano niente di buono. Alzarsi la mattina e pettinarsi accuratamente, vestirsi per fare una certa figura, parlare in un certo modo per fare una buona impressione, vivere delle relazioni preconfigurate, frequentare certe compagnie per arricchire il nostro status sociale, è tutto così senza capo nè coda.

Non parliamo poi del dedicare la propria vita al lavoro, alla famiglia, come se fosse un’obbligazione. Lavorare duro per far carriera, lavorare duro per comprarsi una casa e sostentare la propria famiglia, routine routine routine. E’ tutto così calcolato che ticchetta come la lancetta di un orologio. Dov’è più l’emozione nello scoprire o fare qualcosa di davvero nuovo? E’ già tutto così calcolato. Il risultato sarà sempre X e alla fine 0.

E quando mi sento così circondato dall’ordinarietà, mi sento quasi di soffocare, come se mi avviluppasse e mi trascinasse dentro, in questo mondo di ingranaggi e formulette, come se non avessi alternativa, se non quella di adeguarmi al sistema e cominciare a marciare a passi ticchettanti.

Ho bisogno di una vita vera, costantemente. Ho bisogno di vivere anche tra un ticchettio e un altro, voglio trovare significati anche nel silenzio che passa tra un secondo e l’altro. Ho bisogno di vivere al di là della pressione delle regole aritmetiche. Voglio un mondo senza addizioni, sottrazioni, divisioni, moltiplicazioni, senza numeri.

Ho bisogno di essere indefinito, ho bisogno di esplorare e non di essere definito dalla mia conoscenza. Voglio vivere, e non decompormi man mano, voglio che la morte sia il culmine della mia vita, e non la fine di essa.

Love is different

Posted in laif, meditando on 11 novembre, 2007 by finferflu

Una canzone azzeccatissima di Derek Webb, intitolata Love is different:

Well, it looks like five thousand miles broke the camel’s back
But it’s not as though i had a plan to win you back
Because i don’t know what i want
But at least i know that much
Now I’m afraid love came right up
And it slapped me in the face, but i did not know

‘Cause love is different than you’d think
It’s never in a song or on a TV screen
And love is harder than a word
Said at the right time and everything’s alright
Love is different than you think

So I won’t expect a postcard from Trafalgar Square
But I’d be lying if i said I didn’t care
Because you can’t just turn it off
And put a blindfold on your heart
But i’m off to a good start
A continent away, but i do not know

But maybe you’re the dream i’m waking from
‘Cause I see you everywhere I go
Darlin’ you are such a mystery to me, you know

 

Voglio tralasciare gli ovvi paralleli con la mia vita stavolta, e voglio concentrarmi sul coro.

Beh, io ero uno di quelli che pur detestando detti, proverbi e perle di saggezza, ha sempre amato definire le cose, definire cosa sono e cosa non sono. E così ho fatto anche con l’amore, che ho sempre definito come un qualcosa al di là di una relazione di coppia, un qualcosa di superiore. Una definizione negativa ma pur sempre una definizione.

Chi lo sa, l’avrò fatto di istinto. Circondato da frasi e frasette *molto profondissime* sull’essenza dell’amore – l’amore è una stella che brilla e che è accesa e che splende nel buio più buio che bello – alla fine ne sono rimasto un po disgustato, allora mi sono dedicato alla ricerca del cosa non è l’amore.

Cosa non è? L’amore non si definisce. L’amore non è una frasetta fatta. Non è, non è, non è. Non definendolo, alla fine mi sono ritrovato a definirlo. Se non ritagli la forma, ne ritagli il contorno, e alla fine ti ritrovi sempre con la stessa sostanza in mano.

E alla fine mi sono ritrovato anch’io a parlare per via di inutilissimi eufemismi, e quasi mi sono ritrovato ad esserne controllato io stesso. Molto poco quasi, diciamo un bel po’. Volevo contenere i miei sentimenti in un manualetto di istruzioni. Un manualetto di istruzioni a cui voglio dare un nome, perchè il nome ce l’ha, scritto a caratteri cubitali sulla copertina (a caretteri dorati, la classe non è acqua sah): “Sogni nel cassetto”.

Eh, si. Pare un sentimento tanto bello e tanto ideale che te lo sogni pure la notte. Te lo immagini, come si esprimerà in modo concreto, cosa diventerà, e come dovrà essere.
E poi così affascinato dalle mie definizioni, mi sono creato una bella statuetta mentale di questo Amore. Bello eh, guardare alla statuetta e non pensare più al fatto concreto. Pare quasi una forma di idolatria: ti concentri sulla tua rappresentazione del Creatore e non sul Creatore stesso. Chi lo sa, una volta creata la statuetta, mi sarà parsa così bellina da aver avuto paura di doverla ancora ritoccare…

Forse però non avevo notato una piccola leggera deformazione nelle sue gambe… corte, troppo corte.

Beh, dopo un po’ però, in un modo o nell’altro ci ho fatto caso. E mi sono reso conto non solo delle gambe corte, ma anche del fatto che ero lì a contemplare un’immagine creata da me (e con le gambe corte!!!), come se invece fosse qualcosa sceso dal cielo…

Morale della favola?
L’amore è diverso da ciò che penso, da ciò che si pensa, da ogni definizione. Una cosa accomuna tutte le definizioni (positive e negative) dell’amore: sono tutte sbagliate. Sbagliate perchè l’amore lo si vive, mica lo si pensa. Nè lo si calcola, nè lo si contempla.

E forse l’unica definizione che riesco ad accettare in questo momento è questa: l’amore è diverso.
Pensa a cos’è l’amore, pensalo bene: beh, non è quello.

Let it rain

Posted in laif, meditando on 9 novembre, 2007 by finferflu

Come prima cosa voglio cominciare col creare l’atmosfera che ci vuole, e qui quello che ci vuole è Here Comes the Rain di Matti Paalanen.

Arriva la pioggia, e forse è già arrivata da un bel pezzo. Anzi, niente forse. E se prima la guardavo con sospetto e diffidenza, forse ora la musica cambia un po’. E se non cambia la musica, sarà forse cambiato il mio udito. Tutto questo continuo scrosciare d’acqua, fulmini e tuoni, prima mi faceva abbastanza paura. Ora invece comincio a sentirne il ritmo. Ne sento la musica, la musica della pioggia.

Beh, prima pensavo di potermene riparare, pensavo di mettermi lì ad un cantuccio, ad aspettare che spiovesse. Pensavo di affrontare la mia paura allo stesso modo di quando si trattiene il fiato: resisti ancora un po’ che passa. Ma il fiato non lo si può trattenere per sempre, e io sotto a quel portico ad aspettare ci ho quasi fatto le ragnatele. E poi non si può passare la vita sotto a un portico, allora uno prova ad andare di portico in portico, di riparo in riparo. E mica si può dipendere dalla pioggia, lo spettacolo deve continuare, la vita va avanti. E alla fine, comunque ti devi bagnare lo stesso. E per quanto si possa essere fradici ormai, uno comunque cerca un riparo, ci fosse quel millimetro quadro ancora asciutto, meglio non farlo bagnare…

L’istinto di preservazione ci fa fare cose davvero stupide certe volte. Sempre che tutto questo sia dettato dall’istinto. Alle volte pare tutto dettato dalla nostra razionale intelligenza. Eh, razionale, sì. Non mi devo bagnare, ovvero, anche se mi bagno un po’, devo restare asciutto il più possibile, a costo di difendere coi denti quell’ultimo millimetro asciutto che m’è rimasto! E poi ogni goccia che ti cade addosso sembra un sacrilegio, quasi un affronto alla tua decisione razionale. Oltraggio! Una sconfitta graduale, che distrugge il nostro piano, goccia a goccia.

Sarà che sono stato così attento a non bagnarmi, che mi sono concentrato su quel mignolo ancora asciutto, di non essermi accorto di essere totalmente fradicio, fino alle ossa. Sono stato attento alle gocce, ma non alla pioggia. Che svista…

Ma sono ancora in tempo per rifarmi, prima di raggiungere il prossimo portico. Mi fermo. E che continui pure a piovere, ormai sono bagnato e se devo esserlo, voglio esserlo fino in fondo.

E voglio godermela tutta stavolta, una bella sciacquata, e così forse smetterò di temerla questa pioggia. Ogni cosa ha il suo ritmo, bisogna solo imparare a sentirlo.
Che piova, che piova come si deve.

Stop – Rewind

Posted in laif, meditando on 3 novembre, 2007 by finferflu

Eh sì, ogni tanto una stoppata e una rewindata ci vuole (eh, come si dice rewind in italiano? e poi mi piace di più così).
Ma stavolta non è una stoppata così, per farsi due conticini in tasca, stavolta mi sono dovuto fermare di brutto, per poco non inchiodavo…

Alle volte si è così accecati dalle proprie paure che non ci si rende conto di aver paura. Si fugge direttamente. “Chi sta fuggendo oh? Io no”, diciamo mentre ce la diamo a gambe levate. Meno male che poi alle volte siamo così intelligenti da correre senza andare da nessuna parte, così magari a un certo punto ci rendiamo conto di stare lì a girare in tondo. Tipo me.

Ma questo Rewind particolare è tutto dedicato a una storia particolare. L’unica che uno come me è riuscito persino a diffondere attraverso un blog. Eh, la follia ti porta a fare imprese, come dire, folli. E allora sono tornato un attimo a fare un epilogo, almeno per equità, ma anche perchè scrivere mi aiuta a riflettere e al momento ne ho *molto* bisogno.

Cosa dire? Tutto questo mi ricorda molto le mitiche esperienze del profeta Giona. Lui, che avendo ricevuto ordini imperativi dalla divinità, per una sua ostinazione personale, ha preferito il suicidio, praticamente. Ma mica per niente eh, non ha voluto sentir ragioni, un po’ come me. Quando poi si è trovato praticamente morto, allora, a malincuore ha scelto di ubbidire. Non è che ci abbia capito molto, ma comunque ha fatto il suo dovere, sempre un po’ come me.

Ma parliamo di me. Anche io mi sono sentito chiamato, come Giona, da una Forza Superiore. Chiamato dai miei sentimenti, anzi diciamo dal Sentimento (uno e universale). Sono stato chiamato a fare qualche passo di troppo, ecco, qualche passo che mi stava un po’ scomodo. E quindi, da bravo testaditravertino, ho scelto di non farlo. E più sentivo forte in me l’impulso, il comando, di fare questi passi, il rigetto mi portava sempre di più a fare l’opposto. Un po’ come Giona: Dio gli diceva di alzarsi e andare a Ninive, e lui si alzava e andava a Tarshish, nella direzione simmetricamente opposta. Tanto che alla fine, sono scappato a gambe levate alla prima occasione. Sono scappato, mi sono imbarcato sulla mia nave verso la Libertà, anzi, libertà, anzi mi sa che era solo . A che serve dire che sono naufragato? E giù giù giù, in fondo al mare, non c’è stato appiglio che mi potesse tenere a galla. Sono stato giù, inghiottito dal grande pesce a forma di Ades. E non c’è stato modo di liberarmene. Oh, le ho provate tutte, fino a cercare di rassegnarmi a convivere con gli organi intestinali di quella mia *accogliente* dimora. Ma niente, a un certo punto ti manca il fiato, non se ne può più, finiscono anche le forze per rassegnarsi. Rassegnarsi alla propria caparbieria.
E allora, come Giona, ho potuto fare l’unica cosa necessaria, ubbidire. Ho dovuto, a mio malgrado, e a malincuore, andare a Ninive. E la mia Ninive è stata ritornare a contattarla. Sono andato, senza forze e senza speranze, distrutto, e ho fatto il mio dovere, mio malgrado. E come Giona, dopo aver fatto il mio dovere, mi sono appostato, nel mio grigiore, ad un lato, per vedere cosa sarebbe successo. Ma quando il “danno” è fatto, è difficile districarsene, e stavolta mi sono trovato alla mercè del mio Sentimento. E me l’ha cantata di brutto. Mi sono trovato a lottare con la mia stessa caparbietà, e mi sono trovato sotto lo stesso scrutinio con il quale avevo analizzato la situazione in precedenza. Mi sono trovato anch’io, come lei, ad essere una persona da nulla. Perchè se lo è stata lei, io non mi sono comportato molto diversamente. Lei è fuggita da me, e io invece? Sono fuggito a gambe levate, credendo pure di essere stato coraggioso e impavido.
E mi sono reso conto di non essere in grado di vedere oltre il mio naso. Credevo di aver capito tante cose, ma mi rendo conto di aver capito *ben* poco, mi rendo conto di come le mie *sagge* parole siano state piuttosto uno starnazzare.
E chi lo sa, in tutta questa storia, forse Giona poi ci ha capito qualcosa, che il vero bene non è quello di seguire le proprie idee, ma piuttosto di seguire il Sentimento, che è il motore e il carburante della vita, se non la Vita stessa. E io invece cosa ci avrò capito in più? Forse che di questo Sentimento è stupido diffidare, perchè tutto il resto è solo paura.

Domande per un umile

Posted in jamendo, laif, meditando on 23 ottobre, 2007 by finferflu

Eugènie - Ciò che vorrei
Eugènie – Ciò che vorrei

Ho trovato una canzone su Jamendo che mi ha colpito particolarmente, e riesco ad avvicinarla molto alla mia vita in questo momento. Il gruppo si chiama Eugènie, la canzone Domande per un umile, dall’album Ciò che vorrei:

Per un’esistenza che si spegne in un attimo, per una vita che si accende con solletico
e sei convinto che non ho la forza necessaria per rifiutare ancora la tua violenza innata
…e corre il vento, corre il senso, corre il vuoto che mi opprime…un insaziabile fermento
Contestare le spine che mi aprono la pelle, questi fiori secchi appesi ad un chiodo per ricordo
questi libri impolverati che nascondono gli animi, e non mi va di rivederti al mio cospetto
…e corre il vento, corre il senso, corre il vuoto che mi opprime…un insaziabile fermento
…e passo il tempo a cercare le domande in fondo al cuore,
e passo il tempo a diventare un po’ più umile e reale…

Alle volte ci si sente freddi ed insensibili. Alle volte non ce lo sappiamo spiegare. Alle volte la sofferenza prolungata crea dei solchi nella nostra vita. Profondi, molto profondi, che quasi vengono le vertigini a guardarli. Possibile che una cosa simile sia successa proprio a me? Quasi ci si sente estranei a sé stessi, non ci riconosciamo più. L’incantesimo del buon vecchio me si rompe, bisogna ritrovarsi, ricominciare da zero di nuovo, ritrovarsi aridi, forse, e magari meno appariscenti di come immaginavamo. Bisogna ancora una volta passare tempo a ricostruirci, a riconsiderare ciò che è sostanza e ciò che era solo artificiale apparenza, agglomerati di paura. Passare il tempo a diventare un po’ più umili e reali

Patrimonio sconosciuto

Posted in meditando on 1 ottobre, 2007 by finferflu

Io mi vesto solo per coprirmi,

mangio solo per saziarmi,

mi muovo solo per spostarmi,

parlo solo per dire qualcosa,

rido solo divertito,

leggo solo se interessato.

E’ un lusso di pochi,

un patrimonio sconosciuto.

Naufragando in noi stessi…

Posted in gli aforismi del mmanu, laif on 6 settembre, 2007 by finferflu

Ho scoperto chi sono scoprendo i miei limiti.

Un aforisma che forse non suona tanto nuovo, boh. Sinceramente non ricordo di averlo mai sentito prima, ma non mi suona nuovo, ma sono qui appunto per renderlo tutto a modo mio, e quindi è mio, guardaunpò.

Ammetto che può suonare banale, ma in effetti gli aforismi sono un po’ banali per natura. E’ come dire che il contenuto di una valigia sia banale solo perchè la valigia è fuchsia. Sì, il fuchsia è banale. Molto.

Ma parliamo di limiti. Un qualcosa con cui abbiamo sempre a che fare, e forse non ce ne rendiamo conto. Limiti su limiti, che quasi stanno lì ad imporci ciò che possiamo o non possiamo fare. Già da piccoli li scopriamo, quando veniamo a conoscenza dei personaggi fantastici che incontriamo in TV, nei fumetti, nei libri. Loro sanno fare tutto, esperienze eccezionali, sanno volare, hanno una forza inaudita, sono capaci di opere inaudite, e noi se per caso abbiamo provato a volare, se non abbiamo proprio rischiato la vita saltando giù dal balcone, al massimo ci siamo beccati qualche punto di sutura saltando da un muretto. E abbiamo così scoperto che in effetti, con tutta la buona volontà, noi non sappiamo volare. No, nemmeno concentrandoci tanto tanto tanto tanto.

Ed è così che siamo cresciuti, guardando gli standard dei supereroi e cercando di imporli su noi stessi. Ci siamo scoperti sempre più inadeguati, sempre più ordinari, siamo stati intubati in una fila di gente comune, con lo sguardo fisso perennemente verso l’alto, verso l’altro. I nostri vecchi sogni di imprese straordinarie sono marciti, appassiti e dissolti nella nostra nuova dimensione di realismo. Siamo rimasti incastrati e rassegnati tra una pila di limiti artificiali. E le nostre vecchie cicatrici ci hanno insegnato che sfidarli è rischioso. Fa male. E dalla nostra posizione, scomoda e inutile, possiamo solo sognare, sognare di diventare come quei grandi personaggi, padreterni osannati da tutti, che nella vita hanno concluso qualcosa, non per forza un Gandhi, alcuni si accontentano anche di un calciatore.

Eppure in certi momenti della vita si scopre che forse quei limiti sono falsi, sono sbagliati. Più che altro non esistono. Il nostro vero limite è stato quello di non averci mai provato. E quando abbiamo provato, abbiamo provato le cose sbagliate, abbiamo cercato i superpoteri, e abbiamo tralasciato i nostri poteri.

E allora, quando scopriamo che provandoci tanti limiti scompaiono, restiamo quasi stupefatti. Davanti a noi c’è una vasta, sconfinata terra da percorrere. Non vediamo limiti all’orizzonte. Tutte le vecchie paure, le vecchie domande, i vecchi schemi, ci suonano come pura idiozia. Non ha senso. Ci sentiamo senza limiti, siamo così sconfinati, che quasi ci perdiamo in noi stessi. Abbiamo scoperto il segreto. Abbiamo scoperto che il mondo va guardato e vissuto da dentro verso fuori, e non da fuori verso dentro. Il mondo va sperimentato, non subìto. E man mano, affrontando ostacolo su ostacolo, ci rendiamo conto di quanti di questi erano fasulli, e quanti invece erano veri. Ed è così che troviamo i nostri confini, sperimentandoli, spingendoli, provando a saltarli, ad abbatterli. E’ così che troviamo noi stessi, troviamo la nostra forma, sperimentiamo chi siamo.

Scopriamo che la vera paura è la paura di noi stessi. La paura di ciò che riusciamo, in effetti, a fare. La paura della nostra eccezionale capacità di rompere i limiti, di sconvolgere l’ordine cosmico che ci è stato e ci siamo imposti. La paura di non ritrovarci più, perchè le linee che ci definivano cominciano ad essere sempre più sfumate. Ed è forse proprio là che ci troviamo davanti ad una scelta: quella di rimarcare ben bene queste linee, o di cancellarle del tutto, naufragando in noi stessi, nel nostro immenso mare di possibilità.

Solo i naufraghi conoscono la via di casa.

Lo Status Quo, la nostra Torre di Babele

Posted in meditando on 5 settembre, 2007 by finferflu

Un perno saldo è ciò che ci vuole, sa tenere in piedi grandi cose. Magari non grattaceli eh, ma giusto il necessario, magari non proprio necessario necessario, ma forse quello che basta, non esattamente proprio quello che basta vah, ma diciamo il minimo indispensabile, più o meno, vabè un perno, tenga quel che tenga, l’importante è che tenga.

E’ anche bello a guardarsi, fermo, immobile, sicuro. E’ così bello avere un perno saldo che tante volte ne facciamo quasi la nostra mascotte. Tutto bello decorato, addobbato. E stiamo sempre lì, ogni 5 minuti a controllare che sia sempre ben fisso al suolo. Chi lo sa, si potrebbe allentare col passare del tempo. Questo perno ci preoccupa così tanto, che alla fine diventa il nostro chiodo fisso in testa. Ma non metaforicamente. Lo prendiamo letteralmente da terra e ce lo piantiamo in testa. Sì sì, diventiamo dei bellissimi appendiabiti umani.

E tali siamo. Il nostro impegno, la nostra fatica, la nostra preoccupazione di mantenere sempre e comunque lo status quo, in questo ci trasforma. Degli oggetti semiutili, missionari di una causa da nulla. E tutto perchè? Per la nostra paura più grande, la paura di ciò che ancora non è o potrebbe essere. Il dubbio devasta. E allora ci rifugiamo in una falsa staticità. Una staticità che ci porta ad accrescere la nostra dimora, il nostro stato attuale, a piazzarlo ben bene per far sì che questo duri per sempre. E il bello è che in tutte le nostre fatiche, noi in effetti crediamo di non aver fatto un solo passo. Abbiamo fatto chilometri e chilometri girando in tondo invece. E per cosa poi? Per costruire la nostra Torre di Babele personalizzata. Abbiamo pensato con il nostro statico indaffararci di poter raggiungere l’eterno, di poter resistere al Tempo. Abbiamo cercato l’immortalità nel più vile dei nostri progetti. Nella nostra illusione abbiamo creduto che la realtà si potesse affrontare in verticale, ci siamo costruiti un podio, un unico traguardo, per sempre. Abbiamo costruito una Torre destinata a portarci in confusione, perchè il Tempo non perdona, la Torre resterà sempre e per sempre incompleta. Avremo speso la nostra vita iniziando un progetto destinato a non finire, credendo davvero di poter raggiungere la dimora eterna mettendo mattone su mattone. Abbiamo iniziato a costruire freneticamente, quasi d’impulso, senza nemmeno fermarci un secondo a chiederci: che senso ha tutto questo? No, l’impeto, il nostro innato istinto di cercare ferme sicurezze ci ha portato a compiere un’inumana opera. Inumana, sì. Ci siamo ridotti ad essere gli strumenti di noi stessi, siamo diventati dei picconi, delle pale, dei martelli, abbiamo perso ogni forma di ragione. E costruiamo il monumento alla nostra gloria, la nostra unica conquista nella vita. Una pila di mattoni destinata anch’essa, e per l’ennesima volta, a fare la fine di un muro diroccato. E in questo frenetico indaffararci possiamo solo sperare che Dio dal Cielo scenda giù e ci disperda, prima che sia il tempo stesso a disperderci per sempre, senza più altra possibilità.

Sì, senza più scopo e senza più dimora, scopriremo la vita. Scopriremo che vivere è lo scopo, e che la vita è la nostra dimora.